Il mondo è bruscamente passato dalla cooperazione alla diffidenza. Le lancette della storia sembrano tornare indietro di decenni, verso quelle sfere di influenza che hanno dolorosamente segnato il secolo scorso. L’autonomia strategica prende il sopravvento sulla collaborazione, spinta dalla leadership americana che abbandona il modello delle alleanze e prefigura il ritorno a un’illusoria e antistorica autosufficienza economica. Dal gigantesco “modello Toyota” della cooperazione internazionale, fondato sul “just in time” e messo in crisi dalla pandemia del 2020, si sta scivolando verso il paradigma del “just in case”: il controllo delle catene del valore, più corte e più sicure, ma inevitabilmente più costose. In questo nuovo contesto, l’efficienza cede il passo alla resilienza, con conseguenze strutturali sui costi, sull’inflazione e sugli equilibri dell’economia globale.

Da questo scenario generale si possono sviluppare alcune considerazioni particolari e la prima riguarda il dollaro e la Federal Reserve. Il 2025 è stato un vero “annus horribilis” per il biglietto verde, il peggiore dal 2017, quando Wall Street registrò una crescita di quasi il 20%, mentre l’indice del dollaro, che misura il valore della valuta americana rispetto a un paniere di sei principali divise, perse circa il 10%. Il cosiddetto “esorbitante privilegio” continua a rendere il dollaro la valuta più richiesta al mondo, consentendo agli Stati Uniti di finanziare i disavanzi commerciali e di rafforzare la liquidità del proprio mercato finanziario. Allo stesso tempo, però, il dollaro è diventato sempre più uno strumento di pressione politica, il dominio del dollaro diventa un’arma dalla quale affrancarsi, una direzione da tempo intrapresa dai paesi Brics, impegnati in un percorso di progressivo distacco dall’influenza della valuta americana e che continua a favorire l’oro.