È bene ricordare che l’allora procuratore capo Antimafia, oggi deputato 5 Stelle nonché membro della stessa commissione parlamentare, non è mai stato indagato nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria, che vede invece coinvolte 23 persone, tra cui l’ex finanziere Pasquale Striano e l’ex sostituto procuratore Antonio Laudati. Allora perché viene menzionato De Raho? Il motivo è semplice: quando sarebbero stati commessi i presunti reati su cui ha indagato prima la procura di Perugia e adesso quella di Roma, il deputato pentastellato era alla guida della Dna nelle veste di procuratore capo Antimafia. Il centrodestra gli ha sempre contestato quantomeno un omesso controllo. Adesso, invece, la relazione della commissione va oltre, sostenendo di fatto che non potesse non essersi accorto di nulla. In pratica, gli contesta di essere stato perfettamente a conoscenza di quanto stava accadendo.
Sono due i casi emblematici che inducono la commissione parlamentare ad affermare che De Raho “fosse informato degli illeciti consumati”. Riguardano entrambi i dossieraggi sulla Lega. Nel primo caso si fa riferimento ad una serie di articoli pubblicati sul Domani e sull’Espresso che riportavano il contenuto delle “sos” (segnalazioni operazioni sospette) che sarebbero state estratte illecitamente dalle banche dati da Striano. In quel caso, l’allora procuratore di Milano Francesco Greco contestò proprio a De Raho questo utilizzo non conforme alla legge delle sos, ma De Raho, scrive la commissione, “di fronte ad una condotto così gravemente censurabile non adottò nell’immediatezza alcuna iniziativa significativa”, limitandosi ad un serie di “rimproveri”.









