Rileggere Pavese inseguendo i più intensi fra i bagliori che illuminano la sua opera. Quei germogli emotivi e tematici su cui si innestano le sue prove narrative, tanto in forma di racconti che di romanzi. Proprio nei racconti, quei nuclei ispiratori si svelano nel loro chiarore lampante. Il che motiva la scelta dell’editore Il Capricorno, di pubblicare il volume “Racconti di Cesare Pavese. Il paese, la città, la prigione”, all’interno della collana “Capolavori ritrovati”. Il libro è in vendita nelle edicole con «La Stampa» da venerdì (al costo di 10, 90 euro oltre al prezzo del quotidiano).
Scritti fra il 1937 e il 1944
L’opera si compone di un’inedita scelta di racconti, scritti fra il 1937 e il 1944, in cui già affiorano i grandi motivi che caratterizzano le opere maggiori dello scrittore piemontese. «Non si tratta di racconti inediti, ma inedita è la logica della raccolta, che abbiamo pensato di dividere in tre grandi ambiti tematici» spiega l’editore.
«Un paese ci vuole»
I testi, in massima parte selezionati tra le raccolte “Notte di festa” (1953, pubblicata postuma: ma la scrittura risale agli anni compresi fra il 1936 e il 1938) e “Feria d’agosto” del’46, sono stati dunque assemblati in tre macro capitoli, che corrispondono a ricorrenti leit-motiv della poetica pavesiana. A partire dal tema del “Paese”, dove la distanza incolmabile tra fanciullezza ed età adulta viene messa in scena sullo sfondo dell’orizzonte quasi mitico del mondo rurale. «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti» scriverà l’autore di Santo Stefano Belbo ne “La luna e i falò”.







