La difesa ha insistito sulla tesi di una presunta "relazione" tra l'uomo e la bambina, sostenendo che non vi fosse stata costrizione fisica o minaccia
Brescia – Una sentenza che scuote l’opinione pubblica e riapre una ferita profonda nel dibattito sulla tutela dei minori. Il caso della bambina di 10 anni, rimasta incinta dopo essere stata abusata nel centro migranti di San Colombano a Collio, si è chiuso in primo grado con una condanna a 5 anni di reclusione per l'imputato, un cittadino bengalese di 29 anni. Una decisione che arriva dopo un iter processuale doloroso, segnato dalla necessità per la piccola vittima di sottoporsi a un aborto terapeutico, e che oggi scatena una violenta polemica politica sulla congruità delle pene previste dal codice penale.
Il punto centrale della sentenza risiede nella diversa qualificazione giuridica dei fatti operata dal giudice rispetto alle richieste della Procura. La pm Federica Ceschi aveva contestato il reato di violenza sessuale aggravata, chiedendo una condanna a 6 anni e 8 mesi (già calcolando lo sconto di un terzo previsto dal rito abbreviato). Ma il giudice ha deciso di riqualificare l'accusa in "atti sessuali con minorenne".
Questa distinzione non è solo terminologica, ma sostanziale: la difesa ha insistito sulla tesi di una presunta "relazione" tra l'uomo e la bambina, sostenendo che non vi fosse stata costrizione fisica o minaccia. L'imputato, recluso nel carcere di Cremona da oltre un anno, aveva ammesso i due episodi (avvenuti tra agosto e settembre 2024) ancora prima che il test del DNA confermasse la paternità del feto, ma ha sempre negato l'uso della forza. «Sono pentito, ho capito la gravità di ciò che ho fatto», ha dichiarato in aula nel tentativo di mostrare resipiscenza. Per i giudici, stando al dispositivo, gli atti hanno confermato l'assenza di violenza intesa in senso stretto, portando a una pena che molti ritengono sproporzionata rispetto all'età della vittima.









