Gentile direttore, di fronte alle molte ricostruzioni sulla mancata candidatura di Torino alle Olimpiadi invernali 2026, ritengo doveroso – per rispetto dei lettori – ristabilire alcuni fatti. Torino non ha “perso” le Olimpiadi: ha scelto consapevolmente una strada diversa.
Da sindaca avevo presentato la candidatura formale, con dossier ufficiale e delibera del Consiglio comunale, ai Giochi olimpici del 2026 proponendo un modello fondato sul riuso degli impianti e sulla sostenibilità economica, in linea con le linee guida del Comitato olimpico internazionale. Una proposta innovativa, che evitava nuova cementificazione e ulteriore debito pubblico.
Una strada necessaria, che però ci è stata sbarrata quando il Coni si è opposto, trasformando la candidatura di Torino in un evento prevalentemente lombardo-veneto con un ruolo marginale per la nostra città: due discipline su sedici, a fronte di costi incerti, rischi finanziari rilevanti senza benefici strutturali duraturi.
Proposta irricevibile
Una proposta che abbiamo ritenuto irricevibile. Perché il tema non è l’evento in sé - e tantomeno una mia presunta contrarietà, mai esistita - ma la sua insostenibilità strutturale quando si basa su cemento, debito e opere destinate a diventare cattedrali nel deserto. Un modello che appartiene a un’epoca finita.









