Cent’anni fa, per la precisione l’undici novembre 1926, veniva approvato il piano definitivo dell’autostrada più celebre del mondo, la Route 66. Sull’impianto di strade preesistenti si cominciò ad asfaltare il tracciato che avrebbe unito alcuni stati orientali e la costa occidentale degli Stati Uniti, da Chicago a Los Angeles.
Chiamata anche la Main Street d’America, o, come scrive Steinbeck nel suo romanzo Furore pubblicato nel 1939, solo un anno dopo il completamento dell’intero progetto, The mother road, la Strada madre, la Route 66 – che ha un numero pari perché corre in orizzontale, i dispari erano per le autostrade che tagliavano in verticale gli States – con le sue 2500 miglia (circa 4mila km) è diventata, fino alla sua dismissione nel 1985 e oltre, uno dei più sfruttati ed esportati miti americani. Anche chi non ha mai messo piede negli Usa c’è stato, per averne letto in un libro, per avere visto un film o una fotografia.
Nata con intenti prettamente commerciali, nel giro di un ventennio già incarnava piuttosto l’idea del superamento delle frontiere (non solo statali), della sprovincializzazione e della libertà. E a favorire il suo mito c’è anche il fatto che, come animata di vita propria, la Route 66 cominciò a popolarsi di quegli “iperoggetti” puramente americani, nati per servire il crescente flusso di automobilisti, senza soluzione di continuità tra giorno e notte: diners, drive-in, motel, fast-food, stazioni di servizio e gli sgargianti cartelloni pubblicitari sul margine della carreggiata.







