Che anniversario per la Route 66, quella striscia d'asfalto che taglia l'America come una vecchia ferita mai rimarginata, da Chicago a Los Angeles, 3755 chilometri di curve, rettilinei e miraggi nel deserto. Compie cent'anni l'11 novembre prossimo, e già gli Stati Uniti si preparano a festeggiarla come si fa con una nonna un po' matta: con parate, musei e gadget che profumano di nostalgia commerciale.
Ma chi siamo noi, dall'altra parte dell'oceano, per non sognarla un po'? Quella "Mother Road" che ha ispirato poeti, scrittori e cineasti, e che oggi ha persino un profilo social – sì, la Route 66 twitta, o meglio, posta foto di cespugli rotolanti e motel sgangherati. Roba da far sorridere: nel mondo dei like, anche le leggende devono aggiornarsi.
Immaginatela, questa cicatrice orizzontale che divide la pancia degli States in otto stati, da est a ovest. Nacque negli anni della Grande Depressione, quando la gente fuggiva verso l'Ovest in cerca di una vita meno grama, caricando valigie su Ford arrugginite. John Steinbeck la immortalò in "Furore", con i suoi Joad che arrancavano tra polvere e disperazione; Jack Kerouac la trasformò in un inno beat con "On the Road", e Dennis Hopper in "Easy Rider" ci mise sopra Peter Fonda e Jack Nicholson su motociclette rombanti, a simboleggiare la libertà che sfuma in tragedia. Persino Bob Dylan le ha dedicato quadri, e un poeta contemporaneo come Bob Dustwalker la canta ancora: "Lungo la Route 66 dormono ancora, auto arrugginite, ferme nell'ora / Scheletri lucenti di un tempo lontano, che il sole accarezza con tocco umano".







