Le agenzie di rating sono delle divinità infallibili? Tutt’altro. Il mercato obbligazionario dei titoli sovrani è un indicatore affidabile dello stato di salute di un Paese? Non sempre. Detto questo, chi pensa che la finanza e l’economia reale viaggino su binari paralleli, e distanti, o è in malafede o sa poco di come funziona il mondo. Avete presente quando avete bisogno di un prestito, quando l’azienda vi licenzia perché deve tagliare i costi, quando sperate di guadagnare qualcosa investendo i vostri risparmi? Ebbene, in tutti questi casi, reali e concreti, la finanza ci mette lo zampino. Costo del credito (compreso quello che lo Stato chiede per finanziare il debito), investimenti delle imprese e andamenti dei mercati finanziari sono tasselli di un mosaico che ha a che fare direttamente con gli indici di Piazza Affari, i giudizi delle agenzie di rating e il famigerato spread.

Croce e delizia della politica, che solitamente maneggia i numeri della finanza con la disinvoltura di un gorilla che prova ad usare un bisturi, quel differenziale tra i nostri Btp e i Bund tedeschi non è una medaglia da appuntare sul petto o un cappello da asino da indossare dietro la lavagna. È semplicemente l’indicatore della fiducia che gli investitori ripongono nel nostro Paese. Fiducia che può essere anche mal riposta, ma la sostanza non cambia. Quando c’è, i soldi si muovono con più facilità e le cose vanno meglio. Per tutti. Se oggi il frigo è vuoto, come ama dire Elly Schlein, con lo spread oltre i 500 punti, come nel 2011, probabilmente non ci sarebbe neanche il frigo. E non è un caso se quella sinistra che oggi fa spallucce di fronte ai successi finanziari dell’Italia nel 2023 sperava nella spallata dei mercati per detronizzare Giorgia Meloni. Le cose sono andate diversamente. E di molto.