Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto del libro del ministro della Giustizia Carlo Nordio dal titolo “Una nuova giustizia” (casa editrice Guerini e Associati), dedicato ai motivi per cui la riforma non viola la Costituzione. Il libro verrà presentato domani alle 11 a Montecitorio (Aula dei gruppi parlamentari)

L’obiezione rivolta più arrogante e contraddittoria è che la riforma tradirebbe la Costituzione. È una tale stupidaggine che non varrebbe nemmeno la fatica di una risposta. Se infatti la stessa Costituzione prevede la sua modifica attraverso il procedimento che il nostro Parlamento ha seguito, come si può affermare che, modificandola, la violentiamo? Non solo. In diritto vale il principio che il legislatore ubi voluit dixit: il silenzio della legge non è lacuna da colmare. E infatti ha sancito all’art. 139 che l’unica norma non suscettibile di revisione costituzionale è la «forma repubblicana». La dottrina e la prassi vi hanno aggiunto i princìpi fondamentali scolpiti nella primissima parte, ma nessuno si è mai sognato di includervi la separazione delle carriere e un’Alta Corte disciplinare, che peraltro furono oggetto di ampia discussione durante la Bicamerale presieduta dall’on. Massimo D’Alema e naufragata per altre ragioni. Ma andiamo per ordine. La nostra Costituzione fu costruita dalle intelligenze più acute, dai cuori più appassionati e dalle volontà più determinate che la politica italiana potesse esprimere tra le rovine del dopoguerra. Gli stessi nomi di Croce, De Gasperi, Togliatti, Nenni, Saragat, Calamandrei e tanti altri ci incutono un timore reverenziale pari a quello che i dotti dell’apologetica e della patristica ispirarono alle prime generazioni cristiane. Tuttavia a questo mondo non vi è nulla di immutabile. Soltanto la Veritas Domini – come recita il salmista – manet in Aeternum.