Il futuro del Monte dei Paschi di Siena è tutto da scrivere. Almeno per quanto riguarda la governance della banca risata da Luigi Lovaglio. Il destino del banchiere che ha conquistato Mediobanca - e a cascata il controllo di Generali - dopo aver risanato il Monte portando a casa, nell’autunno 2022, un aumento di capitale da 2,5 miliardi è sempre più incerto. All’interno del consiglio d’amministrazione del gruppo si sarebbe creata una frattura tra alcuni consiglieri e il capo azienda. Una situazione di forte dialettica che rende anche più complicati i lavori per la stesura della lista del cda. L’idea della banca, infatti, era quella di presentarsi all’assemblea di metà aprile per il rinnovo della cariche con una propria lista.

E proprio per questo sono in corso con la Bce le interlocuzioni necessarie alla modifica dello statuto che sarà poi approvata dall’assemblea straordinaria del prossimo 4 febbraio. Peraltro il consiglio ha anche eliminato, come chiesto dalla Bce, il «principio di residualità»: il meccanismo che avrebbe portato alla decadenza automatica della lista del cda se un azionista rilevante, come Delfin o Caltagirone, avesse presentato una lista di maggioranza. Ipotesi al momento remota poiché Delfin si è sempre definita come investitore finanziario, mentre Caltagirone si è impegnato con la Consob e con la Bce «a non presentare liste di maggioranza finché la quota sarà sopra il 10%», soglia oltre cui scatta la cosiddetta «influenza notevole». Abbastanza perché i grandi azionisti del Monte restino alla finestra in attesa di capire come si muoverà il consiglio. La lista del cda, quindi, rimane la strada maestra, ma affinché la rosa dei candidati sia la più condivisa possibile, le modifiche al Testo unico della Finanza previste dalla legge capitali prevedono che venga approvata da una maggioranza dei due terzi dei consiglieri. Tradotto: per Mps servono almeno 10 voti favorevoli. La frizione principale all’interno del consiglio sarebbe tra l’ad e il presidente Nicola Maione: il numero uno della banca con il nuovo statuto ha incassato la rimozione dei limiti di mandato per gli amministratori. Entrato nel 2017, Maione è già al terzo mandato e le vecchie regole non prevedevano la possibilità di correre per un quarto. Per il presidente si tratta di una vittoria non scontata che - di certo - farà valere in cda. Ma, d’altra parte, una precedente delibera aveva rimosso i limiti d’età per Lovaglio cancellando la clausola del 67 anni. Anche per questo il banchiere non ha intenzione di farsi da parte.