Tra Iran e Stati Uniti i canali di comunicazione sono aperti. Il primo a rivelarlo è stato lo stesso Donald Trump, che a bordo dell'Air Force One aveva detto che «i leader iraniani» lo avevano chiamato e che era in corso una trattativa per organizzare un incontro. Dopo poche ore, è arrivata anche la conferma del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che ha ammesso di avere parlato con l'inviato del tycoon, Steve Witkoff. «Ci sono idee sul tavolo», ha detto il capo della diplomazia di Teheran riguardo all'ipotesi di un vertice. Ma le variabili, in questo tentativo di dialogo tra Iran e Usa, sono molte e spesso imprevedibili. Tra i due governi i toni restano minacciosi.

La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha sottolineato che Trump «non teme di usare la forza». Mentre il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha promesso che in caso di attacco l'esercito iraniano impartirà a The Donald «una lezione indimenticabile». E tutto dipenderà anche dall'evoluzione delle proteste e dal conseguente pugno duro impresso dalla Repubblica islamica per sedare le rivolte. In questi giorni, il numero delle vittime è salito vertiginosamente. Al 16esimo giorno di proteste e scontri, alcuni gruppi di dissidenti, come l'Organizzazione dei Mujaheddin del popolo iraniano, parlano di oltre tremila morti tra i manifestanti. L'ong Iran Human Rights, con sede in Norvegia, ha comunicato un bilancio parziale di 648 manifestanti uccisi.