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Ultimo aggiornamento: 18:47

Ogni fine anno i dizionari e istituti linguistici di vari paesi provano a catturare lo “spirito del tempo” proponendo la parola dell’anno. Non si sceglie il vocabolo più usato, ma quello che racconta come abbiamo vissuto, che cosa ci ha attraversato, come pensiamo e come comunicano le nostre società.

Nel 2025, per la Treccani, fiducia è la parola dell’anno: definisce un tempo segnato da tensioni sociali e dalla ricerca di punti di riferimento condivisi in mezzo all’incertezza collettiva. L’Oxford English Dictionary ha incoronato come parola dell’anno rage bait, l’“esca della rabbia”: contenuti digitali progettati per provocare indignazione e rabbia, e massimizzare così traffico e coinvolgimento online. Altri dizionari hanno scelto termini altrettanto rivelatori, come parasocial, proposto da Cambridge: che cattura relazioni unilaterali con celebrità o intelligenze artificiali. Oppure vibe coding, proposto da Collins: legato alla relazione tra linguaggio e codifica nei nuovi strumenti digitali.

Nonostante la loro potenza evocativa, questi esercizi di lessicografia spesso ci entrano in testa senza che ci fermiamo a pensare a come le parole plasmino il pensiero, e viceversa. Nuovi termini finiscono sovente nella pattumiera, come petaloso, incoronato nel 2016, e subito archiviato. Altre parole, invece, entrano di soppiatto nella lingua e poi si affermano, magari attraverso spostamenti di significato dovuti a imperizia nella traduzione. Errori grossolani diventano provvidenziali, permettendoci ad esempio di distinguere un ecologo da un ecologista. In inglese ecologist significa “studioso di ecologia”, e sarebbe naturale renderlo in italiano come ecologo, sul modello di biologo o zoologo. Sarebbe ridicolo chiamare biologisti i biologi, no? E invece è prevalsa la traduzione ecologista, che ha finito per assumere un valore diverso: quello di attivista o militante di cause riguardanti l’ambiente. Oggi, paradossalmente, questo errore – perché di errore si tratta nell’origine – ha finito per riempire un vuoto concettuale reale, ma non per una scelta linguistica consapevole, bensì per accumulo di usi e abitudini.