Serviva il referendum sulla legge Nordio per portare clamorosamente in scena una questione - chiamiamolo pure un derby non concluso - che anima e dilania la sinistra italiana soprattutto dai primi anni 90 del secolo scorso con la vicenda di Mani Pulite: avere un'identità giustizialista, o almeno di fiancheggiamento o addirittura di compenetrazione con il potere togato, oppure dispiegare sull'onda di padri nobili del socialismo come Giuliano Vassalli, per non dire di Gerardo Chiaromonte e di altri riformisti, una cultura delle regole e delle garanzie che nasce dall'idea che lo Stato vada limitato quando punisce?
In maniera semplificata, la kermesse della sinistra del No ieri a Roma e la kermesse della sinistra del Sì domani a Firenze sono la semplificazione, perfino ruvida, di questa storia. Nella Palazzina Reale di Santa Maria Novella, la sfida del Sì nient'affatto di destra, e in fase di crescita tanto che sta preoccupando certo mondo Pd, personaggi in gran parte riferibili al mondo democrat - ci sarà anche Pina Picierno in collegamento dalla Lituania dove è in viaggio come vicepresidente del Parlamento europeo - e figure influenti come Augusto Barbera, presidente emerito della Corte Costituzionale ma anche esponente del Pds e dei suoi derivati fino al 2015, i giuristi Stefano Ceccanti e Carlo Fusaro, Enrico Morando (che è stato viceministro dell'economia nei governo Renzi e Gentiloni), Michele Salvati, Giovanni Pellegrino, Claudio Petruccioli, Cesare Salvi, Claudia Mancina, Tommaso Nannicini, Paola Concia, Enzo Bianco ex ministro dell'Interno per la Margherita, la renziana Raffaella Paita (Renzi? Dirà solo sette giorni prima del voto se è con il Sì o con il No, ma i suoi sono Sì). E ancora: Stefano Esposito, ex senatore Pd e vittima innocente di un calvario giudiziario così come Mario Oliverio, ex presidente della Calabria e una vita nel Pci e nei suoi derivati.









