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Nel settembre 2011 gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulla finale dei pesi welters tra il redivivo Floyd Mayweather e il campione in carica Victor Ortiz: tra pugni e testate finirà come in un saloon
Las Vegas, MGM Grand Garden Arena, 17 settembre 2011. Fuori il deserto è nero e immobile, dentro la luce è bianca, verticale, senza ombre. Ventimila persone prendono posto come in una liturgia laica, con i bicchieri di plastica ricolmi e i telefonini già accesi. È la notte in cui Floyd Mayweather torna sul ring dopo il carcere e sedici mesi di assenza, ed è la notte in cui Victor Ortiz, già campione mondiale dei pesi welters, è chiamato a confermarsi.
Ci si arriva così: con una carriera perfetta da una parte e una ancora fragile dall’altra. Mayweather è imbattuto, impermeabile, ricco come una multinazionale e tutto sommato ancora solido, malgrado i recenti guai con la legge. Ortiz è più giovane, più emotivo, cresciuto nella povertà e protagonista di una biografia che sembra sempre sul punto di rompersi. La sfida è venduta come un passaggio di testimone possibile, forse necessario: il vecchio re contro il ragazzo che non ha ancora imparato a essere cinico. Tra i due, del resto, intercorrono dieci anni di differenza.






