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Agatha Christie è morta in un villaggio dell'Oxfordshire esattamente cinquanta anni fa, il 12 gennaio del 1976, e questa, se ci pensiamo, è un'informazione sorprendente. In due sensi. Da un lato, pare incredibile che siano trascorsi così pochi anni, perché i suoi romanzi abitano da tempo in quel quartiere speciale della Letteratura che ospita i "classici", insieme a Omero e a Dumas, a Dante e a Tolstoj, a Leopardi e a Dostoevskij, e quindi insomma: Agatha Christie potrebbe anche essere morta da cento o duecento anni, ormai è una figura mitica, atemporale. Eppure, dall'altro lato, e proprio in virtù del suo essere un "classico", Agatha Christie è temporalissima, e le sue opere sono sempre fra noi; non solo perché oggi sono i gialli, il "genere" in cui ha trionfato, a tenere in piedi il mercato librario, ma perché i suoi romanzi sono protagonisti a teatro, al cinema e in tv: il suo Trappola per topi è in scena nel West End londinese dal 1952 (record mondiale di longevità), dal 2017 Hercule Poirot ha il volto di Kenneth Branagh in una serie di film (Assassinio sull'Orient Express, Assassinio sul Nilo e Assassinio a Venezia) mentre dal 15 gennaio, su Netflix, andrà in onda I sette quadranti, miniserie in tre puntate con Mia McKenna-Bruce, Helena Bonham Carter e Martin Freeman. L'intento pare sia quello di offrire una "Agatha per la Generazione Z", ma non ci sarà stato molto da faticare per riuscirci: non c'è essere umano, Gen Z o boomer o centenario, che possa sfuggire alla rete della regina del giallo.










