Basta uno sguardo anche distratto a un qualsiasi notiziario per rendersi conto che la politica internazionale è destinata a dominare l’agenda del 2026, rubando il centro della scena a tanti temi domestici che pure hanno un peso specifico non marginale come la riforma fiscale o dividono politica e opinione pubblica come il referendum sulla giustizia. Ed è sufficiente una lettura solo un poco più attenta per capire che nei prossimi mesi si giocheranno su questo terreno le sfide più delicate per la tenuta della maggioranza, chiamata ad affrontare nell’anno di vigilia delle elezioni politiche un dossier fra i più delicati e i meno popolari: quello del rilancio delle spese per la difesa.
Il contesto è stato chiarito con rara efficacia dalle cronache, che dal Venezuela all’Ucraina per non parlare della Groenlandia vedono un’Europa obbligata, tra mille incertezze, a ripensare il proprio ruolo nel mondo e il rapporto con un alleato storico, Washington, che ha deciso di abbandonare il ruolo tradizionale di garante dell’ordine, almeno occidentale.
Ma il calendario fissa scelte e scadenze puntuali, e serrate, per Governo e Parlamento: che entro la primavera dovranno decidere come tradurre in chiave operativa i programmi di riarmo, o di «prontezza» strategica come sono stati ribattezzati a Bruxelles per renderli più digeribili alle opinioni pubbliche, abbozzati senza troppo clamore negli ultimi mesi del 2025; dopo che, sempre senza enfasi, la manovra dello scorso anno aveva iniziato a far salire la spesa.






