Pedro Urruchurtu, braccio destro di María Corina Machado, coordinatore per gli affari internazionali di Vente Venezuela e volto internazionale dell’opposizione venezuelana, conosce bene il linguaggio dei regimi: paura, ricatti, ostaggi. Anche lui è stato privato della sua libertà per più di 400 giorni per motivi politici, ostaggio all’interno dell’ambasciata argentina a Caracas, insieme a cinque colleghi. Una missione diplomatica trasformata in prigione dall’apparato repressivo di Maduro: cinque mesi senza elettricità, tre minuti di acqua ogni dieci giorni, fucili puntati alle finestre e cani addestrati ad azzannare. All’Italia riconosce una voce chiara e un sostegno politico non ambiguo in Europa. Ma avverte: non esiste alcuna transizione credibile finché Caracas usa cittadini stranieri e con doppia nazionalità come merce di scambio. «Noi siamo pronti – dice in collegamento con La Stampa da una località che non può rivelare per motivi di sicurezza –: abbiamo piani, squadre, visione. Se gli Stati Uniti cercano un alleato credibile per la stabilità nell’emisfero occidentale, devono puntare sulla leadership legittima, non su chi resta al potere con gli stessi metodi e la stessa natura criminale». Come avete appreso e reagito al blitz americano? «Eravamo informati fin dall’inizio. I segnali dell’operazione erano chiari e non è stata una sorpresa. Gli Stati Uniti avevano annunciato la portata e la determinazione dell’intervento. Hanno mantenuto la parola. Per noi è stato un passo fondamentale verso la liberazione del Venezuela, un Paese sequestrato da una struttura criminale il cui leader era Nicolas Maduro. Ma il Paese non è ancora liberato».