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Ultimo aggiornamento: 13:08

Una causa in tribunale, per vedersi riconosciuti i propri diritti negati e chissà, magari anche per provare a cambiare il sistema. È la storia di Halba Diouf, velocista nata uomo e oggi riconosciuta donna, che da tempo ha denunciato la FederAtletica francese per discriminazione e molestie psicologiche dopo che le è stato impedito di gareggiare ad alto livello.

Quello della partecipazione alle gare degli atleti transgender è un tema molto controverso, e divisivo. Donald Trump, ad esempio, ne ha fatto una crociata ideologica (su cui è tornato anche in questi giorni, nell’ultimo incontro con i Repubblicani alla Camera, deridendole pubblicamente), tanto da portare il Comitato Olimpico statunitense a bandirle dagli sport femminili. Agli ultimi Giochi di Parigi aveva fatto scandalo il caso di Imane Khelif, con protagonista proprio l’azzurra Angela Carina, che si era rifiutata di combattere contro la pugile algerina, poi vincitrice dell’oro tra le polemiche.

Non ci sono né verità scientifiche definite, né tantomeno regole uniformi. Il Cio, che all’inizio aveva aperto le porte in maniera quasi incondizionata, fissando come unico paletto l’operazione e poi solo i valori di testosterone, attualmente rimette la decisione alle singole discipline, anche se con la nuova presidente Coventry potrebbe esserci una stretta in vista delle Olimpiadi di Los Angeles 2028 (non a caso, visto che saranno a casa Trump). Le varie Federazioni si muovono in ordine sparso. Tra le più severe, World Athletics, la massima organizzazione mondiale dell’atletica leggera, che da marzo 2023 ha bandito le atlete transgender dalle competizioni femminili, e di recente ha proprio introdotto l’obbligo del test SRY (un eseme genetico che rileva la presenza del cromosoma Y, per determinare il sesso biologico di un individuo) per l’iscrizione alle gare internazionali. E qui arriviamo alla battaglia di Halba Diouf.