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Ultimo aggiornamento: 13:27
È una sentenza destinata a diventare un precedente rilevante quella del tribunale di Messina che ha condannato Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) per la morte di un suo ex operaio messinese che si è ammalto di tumore, patologia direttamente ricondotta all’esposizione professionale all’amianto. La storica sentenza arriva dopo una battaglia giudiziaria durata dieci anni e portata avanti dalla famiglia dell’uomo.
L’ex dipendente di Rfi è morto all’età di 68 anni a causa di un mesotelioma pleurico riferibile – ha stabilito il giudice – alla sua esposizione quotidiana all’amianto. La sentenza stabilisce così il nesso causa-conseguenza, tra il lavoro alle ferrovie e il tumore, riconoscendo alla famiglia un risarcimento complessivo di 1,2 milioni di euro. L’uomo, elettricista, ha lavorato a bordo dei traghetti dello Stretto di Messina di proprietà di Rfi, e negli impianti elettrici dal 1977 al 2001. Proprio alla fine della sua carriera nel 2014, quando stava per andare in pensione, al lavoratore è stato diagnosticato il mesotelioma. Dopo appena un anno è morto, lasciando la moglie e quattro figli.
La battaglia legale portata avanti dalla famiglia, sostenuta dall’Osservatorio nazionale amianto, e il processo hanno permesso di accertare che l’operaio operava, senza adeguate protezioni, in un luogo di lavoro che lo esponeva ogni giorno all’amianto (le cui particelle sono dannose per la salute). Gli ambienti tecnici delle unità navali erano pieni di materiali contenti l’asbesto, dannoso per l’uomo se respirato. Sulla nave si trovava su tutto: dalle pannellature, alle coibentazioni fino agli impianti. La sentenza parla infatti di un’esposizione “prolungata, significativa e non adeguatamente prevenuta”. Nonostante i rischi fossero conosciuti, infatti, l’uomo lavorava senza protezioni e l’asbesto, i cui danni si rivelano dopo anni, ha aggredito i suoi polmoni fino ad ucciderlo.






