«Il diritto internazionale non esiste più». In questi giorni sentiamo ripetere come un mantra questa affermazione, accompagnata spesso dalla disperazione di coloro che, pur di dare addosso all’America e a Trump, sarebbero disposti a stringere patti col diavolo. È facile ribattere ricordando la tranquillità d’animo con cui in un recente passato sono state accettate, ed anzi persino esaltate, le tante violazioni al diritto internazionale di cui ha continuato ad essere piena la storia. Questo doppio standard si spiega certamente con l’ipocrisia partigiana ed ideologica di molti, ma alla sua base c’è forse anche qualcosa di più essenziale: il diritto internazionale non è mai stato considerato forte e cogente, così come può essere il diritto statale, e, in questo senso, si può dire che esso non sia mai esistito.
Per potere esistere ci sarebbe stato bisogno, d’altronde, di un solo e unico potere sovrano, di un super-Stato che avocasse a sé il monopolio della forza legittima su tutto il globo. Una prospettiva che, per altri e più profondi aspetti, sarebbe a dir poco inquietante. Un incubo per le nostre libertà. Il fatto evidente è che i rapporti fra gli Stati sono regolati dalla forza e non dal diritto. Un “diritto internazionale”, fatto di trattati e convenzioni con una certa seppur non piena validità, può pertanto nascere solo quando si stabiliscono, in determinati momenti storici o contesti, dei rapporti di forza fra gli Stati che lo permettono. Uno di questi momenti fortunati è stato il periodo seguente la Seconda Guerra Mondiale, allorquando i due principali vincitori del conflitto, Stati Uniti e Unione Sovietica, hanno ritenuto opportuno “legare” gli altri Stati a determinate norme, di cui si sono fatti garanti, non per motivi “morali”, ma, appunto, di reciproca convenienza.








