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Il tycoon vuole applicare la dottrina Monroe e agita i vicini sudamericani. Ma è sulla Groenlandia che rischia di più

Il «cortile di casa» - caro ai teorici della Dottrina Monroe e dei corollari trumpiani - s'allarga sempre più. Da ieri, a dar retta a Donald Trump, il suo perimetro include non solo Colombia e Messico - colpevoli d'inondare di cocaina e fentanyl gli Stati Uniti - ma anche una Groenlandia che la Danimarca non sa difendere dalle «navi di Russia e Cina». E al di fuori di quel cortile anche l'Iran rischia grosso. Soprattutto se il regime continuerà il tiro al bersaglio sui dimostranti.

Il primo a dover fare attenzione è, però, il presidente della Colombia Gustavo Petro. Trump l'accusa infatti di controllare «fabbriche e raffinerie di cocaina». E ci aggiunge una minaccia ben precisa. «Non continuerà - dice - a farlo per molto». Con queste premesse Petro farebbe bene a dormire con gli occhi aperti. Anche perché i primi a non amare il 65enne presidente con nonna italiana e sinistri trascorsi da guerrigliero dell'M19 sono i militari del suo paese. Dunque un accordo tra Washington e i vertici delle Forze Armate colombiane sembrerebbe la via più facile per eliminare un presidente colpevole di condividere con Maduro le idee del «socialismo bolivariano». Ma nel mirino di The Donald c'è anche la presidente messicana Claudia Sheinbaum Pardo. Dipinta come una «brava donna» sempre «troppo spaventata dai cartelli» la Pardo è accusata di aver consegnato il paese al controllo dei narcotrafficanti impegnati a inondare l'America di fentanyl. Un'accusa a cui potrebbe far seguito l'intervento della Dea (la Drug Enforcement Agency già scesa sul campo in Venezuela) e delle forze speciali per colpire le roccaforti del narco-traffico. Ma in un paese dove esercito e forze dell'ordine stentano a garantire la sovranità statale un intervento esterno finirebbe con il delegittimare ancor di più la già debole presidente.