Quando il 19 dicembre 1992 un incidente stradale si è portato via Gianni Brera, è nata la generazione dei SenzaBrera. Un gruppo di colleghi giornalisti, scrittori, lettori, estimatori orfano della penna arguta, analitica e creativa del grande cantore dello sport (e non solo).

Da ieri esistono anche i SenzaLuciano o SenzaRavagnani, come preferite. È morto a 88 anni Luciano Ravagnani, classe 1937, penna numero uno del rugby italiano.

Originario di Costa di Rovigo, aveva vissuto al Lido di Venezia negli anni in cui era stato redattore e inviato del Gazzettino; dopo la morte della moglie si era trasferito a Desenzano sul Garda. Da qualche tempo le sue condizioni di salute erano peggiorate e gli amici temevano di ricevere la triste notizia. Lascia il figlio Riccardo. L’ultimo saluto gli sarà dato domani, mercoledì 7 gennaio, alle 11 alla camera ardente della Fondazione Madonna del Corlo di Lonato del Garda (Bs). La Federazione italiana rugby (Fir), di cui è stato capo ufficio stampa, ha disposto un minuto di silenzio su tutti i campi d’Italia nel fine settimana.

Ravagnani, raccolto il testimone di cantore del rugby da Beppe Tognetti, è stato il maestro di almeno tre generazione di giornalisti. Ha narrato in maniera a volte epica, spesso critica, sempre analitica e mai banale le gesta di migliaia di uomini, partite e campionati inserendoli sempre in un contesto culturale, più ampio di quello strettamente sportiva. Per questo il paragone con Brera, pur nella diversità di carattere, non è azzardato, o fuori luogo.