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5 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 10:25

C’è una sola parola che unisce il Nord e il Sud del Venezuela in queste ore: preoccupazione. A 48 ore dall’attacco Usa messo in atto per arrestare il presidente Nicolás Maduro, i negozi di Caracas hanno riaperto le saracinesche e ieri molti cittadini sono usciti di casa per andare a Messa. Don Aldo Fonti, 78 anni, parroco nella capitale a pochi chilometri dal porto, la definisce “tensione calma”. È la stessa sensazione di padre Giannino Prandelli, missionario bresciano “Fidei Donum” che vive a El Callao, nello Stato di Bolívar, zona sud-est del Venezuela, a 842 chilometri da Caracas. Quando lo contattiamo, don Aldo ha da poco terminato le celebrazioni della mattinata: “Ho parlato con molte persone in queste ore. Tutti hanno un solo interrogativo: adesso che accadrà? Da chi sarà governata la fase di transizione? Nessuno vuole diventare una nuova colonia degli Stati Uniti”.

Il prete, originario dell’Emilia-Romagna, racconta che persino chi è sempre stato un avversario di Maduro è rammaricato per le modalità con cui Donald Trump ha cercato di porre fine al chavismo. Don Fonti e la gente di Caracas, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, quando è scattato il golpe, hanno avuto paura: “Mi sono svegliato alle due perché un drone è caduto proprio vicino a casa mia. Sono salito sul terrazzo e ho visto una fiamma immensa levarsi sul porto. Ho compreso subito che era stata attaccata la base militare del litorale per creare le condizioni per poter catturare Maduro. Da settimane, di fronte alla costa, c’erano delle navi militari Usa, non erano certo lì per turismo. Sapevamo che prima o poi sarebbe accaduto, ma non sapevamo come sarebbe successo”.