Dopo un Natale sottotono e un Capodanno lugubre, anticipato da un discorso del Presidente insolitamente blando, forse sarà la modesta festività della Befana – corruzione linguistica “volgare” di Epifania, che come si sa vuol dire manifestazione superiore – a ridarci un po’ di serenità. Spes ultima dea. È vero, il mondo ha poco da festeggiare e questa depressione globale ha contaminato i giorni di passaggio tra un ciclo e l’altro, solennizzati dal paganesimo e riadattati dal cristianesimo come faceva erigendo basiliche sui templi antichi. Cristo, i Magi, e infine la Befana, la strega buona che a cavallo della sua scopa dispensa secondo criteri di giustizia imperscrutabili (cioè quelli dei genitori) dolciumi o carbone ai bambini, è certo la più infantile delle figure di questa processione che chiude l’anno vecchio e inaugura il nuovo, la più primitiva e paganeggiante, e non per caso la festività dell’Epifania ha uno statuto caduco, sospetto, sempre a rischio di essere squalificata. Il suo simbolo è nientemeno che la calza, metamorfosi pedestre della cornucopia, il mitologico corno dell’abbondanza.
A lungo il suo ruolo è stato quello di domestica che doveva ripulire le briciole delle ben più solenni festività precedenti, passare la lavapavimenti sul mondo dopo la sbornia del Capodanno e, distribuito qualche premio di consolazione ai riluttanti, dichiarare ufficialmente che bisognava rimettersi a studiare e a lavorare. Quest’anno però le potrebbe toccare un incarico ancora più impegnativo. Un compito per il quale, in un certo senso, la sentivo scaldarsi i muscoli fin dalla mia infanzia, quando guardavo, come perseguitato da un’idea fissa, quelle stupide calze rosse di stoffa dozzinale imbottite di alimenti politicamente scorretti, piazzate tra bottiglie di Stock 84 e J&B, sulle scansie dietro il bancone dei bar della città. Calze che non si capiva se fossero lì per mera ornamentazione, visto che non ne ho mai vista acquistata una, o comunque rimossa dalla sua nicchia. A differenza di panettoni e pandori, mettevano un po’ a disagio. A volte mi sembrava che quelle calze rosse piene di illusioni da quattro soldi ci somigliassero, ci descrivessero – noi, ognuno di noi – molto meglio che il presepe, l’abete, e i fuochi d’artificio. E il carbone, che serviva comunque a gonfiarle un po’ oltre che a insegnare che la perfezione morale non esiste, era spesso più buono dei cioccolatini e delle caramelle.











