CATANIA - La formula è quella consueta: si indaga in tutte le direzioni, il ventaglio delle ipotesi è amplissimo, l’inchiesta è a trecentosessanta gradi e via di questo passo, di luogo comune in luogo comune. Parliamo dell’inchiesta sull’assassinio di Giuseppe Fava, giornalista, scrittore, drammaturgo, uno che dalle colonne del suo mensile I Siciliani aveva pestato tanti di quei calli che ora effettivamente riesce difficile trovare il bandolo di una matassa quantomai aggrovigliata. L’impressione è che, a più di quattro mesi da quel 5 gennaio di sangue, non si sia venuti a capo di nulla. Poi emergono altre impressioni, più gravi, irrobustite dalle durissime critiche degli eredi di Pippo Fava, il figlio Claudio e gli altri ragazzi della cooperativa "Radar".
Che la prima non sia soltanto un’impressione ce lo conferma lo stesso magistrato che è titolare dell’inchiesta Fava. C’è lo sciopero dei magistrati, le aule del Palazzo di Giustizia di piazza Giovanni Verga sono chiuse, i corridoi quasi deserti, ma molti giudici della Procura e dell’Ufficio istruzione sono chiusi nelle loro stanze, al lavoro. Ci sono, ma farli parlare è un altro discorso. Del resto, bisogna capirli. La magistratura catanese, in questi ultimi tempi, è stata una delle più chiacchierate d’Italia. L' anno scorso c’era stata l’ispezione del Consiglio superiore della magistratura, calato in forze qui a Catania. Poi, a Roma, la vicenda sembrò concludersi con un verdetto salomonico: i giudici più discussi vennero "assolti" solo perché "in dubbio pro reo". Il Csm si spaccò: quindici contro quindici. Scattò l’articolo 37: parità di voto uguale archiviazione.







