Solomon arriva a Firenze con un curriculum noto: talento precoce, buone stagioni in Inghilterra, una carriera frenata da infortuni seri, una parentesi opaca al Villarreal, e ora la scommessa italiana. Però è israeliano. Però è ebreo. Se scende in campo scatta l’antisemitismo. È odio contro l’identità altrui. Vaneggiano.

Una volta si buttava tutto in caciara, ora in politica. Ovvio che all’assessore di sinistra italiana, magari Fratoianni lo premierà per l’eroica presa di posizione, rispondano gli esponenti di destra che non accettano di farsi intimidire. Dal centrodestra non mancano certe le critiche serrate al ProPal travestito da assessore. A scatenare l’incendiario di Sesto Fiorentino le prese di posizione pubbliche che Solomon ha espresso sul conflitto a Gaza in difesa del proprio Paese e del suo governo. Tanto è bastato. Evidentemente è vietato. Eppure Solomon non è un ministro, non è un generale, non è un decisore politico. È un calciatore che arriva a Firenze per giocare a calcio. Con il “difetto” di parlare del suo Paese. È la pretesa di negare la propria identità ciò che fa rabbia. Ora la purezza della razza alloggia a sinistra, pare di capire. Ma le partite si giocano ancora in un campo di calcio o si devono disputare in un campo di concentramento con agli angoli bandierine con falce e martello?