L’Angelus di ieri, all’inizio del nuovo anno e nella solennità di Maria Madre di Dio, ha riportato al centro una parola che attraversa l’intero pontificato di Papa Leone XIV: pace. Un augurio che non resta sul piano formale, ma che si carica del peso della storia. Il Papa ha richiamato ancora una volta la sofferenza di un mondo lacerato dalle guerre, affidando l’anno nuovo a una responsabilità condivisa. Il Giubileo si sta per chiudere, ma ciò che ha generato non può essere archiviato: diventa criterio per il tempo che si apre.

Fin dall’inizio del suo pontificato, Papa Leone XIV ha scelto un aggettivo che orienta il suo sguardo sul mondo: disarmato. È un termine che ritorna con insistenza nei suoi discorsi pubblici e che richiama esplicitamente un’eredità ricevuta. Papa Francesco, parlando di una «terza guerra mondiale a pezzi», aveva denunciato la frammentazione della violenza globale e l’assuefazione collettiva al conflitto. Leone XIV raccoglie quella diagnosi e la rilancia, spostando l’attenzione sul linguaggio, sulle dinamiche culturali, sui meccanismi che abitano e animano la narrazione sulla guerra. Quando afferma la necessità di disarmare le parole per disarmare la Terra, si colloca in una linea di continuità evidente con il suo predecessore: la pace come processo che inizia dalle coscienze e dalle relazioni, non dagli arsenali.