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Ultimo aggiornamento: 9:03

La cattura di Nicolás Maduro dopo tre ore di bombardamento statunitense non segna la fine del Chavismo. In fondo, la trentennale struttura politica e militare, profondamente radicata a Caracas, resta in piedi, anche se ferita. La sua guida, in queste ore difficili, è il ministro dell’Interno, Diosdado Cabello Rondón: classe 1963, “numero due” di facciata, ma leader ombra della Revolución. Lo sa bene la Dea, che su di lui ha posto una taglia da 25 milioni di dollari: la metà di quanti offerti per Maduro, ma sempre pronta ad aumentare, a seconda del bisogno. Lo sapeva già Hugo Chávez che nel suo ultimo discorso a fine 2012, poco prima dell’intervento a Cuba, chiese di eleggere Maduro, affidando a Diosdado la vera politica, quella dietro le quinte. “Dovevate pregare perché Chávez rimanesse in vita, signori dell’opposizione”, ha avvertito dopo l’annuncio della morte del leader rivoluzionario, osservando: “Era lui l’unica diga nei confronti di molte idee folli che talvolta ci passano per la testa”.

Fedelissimo di Chávez

A soli 29 anni Cabello ha preso parte all’insurrezione militare guidata dall’allora tenente colonello Chávez contro il governo di Carlos Andrés Pérez. Neppure il carcere lo ha piegato. Diosdado c’era quando Chávez ha fatto i primi passi in politica ed è stato tra i primi a presidiare le strade di Caracas subito dopo l’attacco statunitense, mentre lo Stato maggiore era ancora sotto choc. “Molta calma, nessuno deve cadere nella disperazione e facilitare le cose al nemico invasore”, ha detto subito dopo la cattura di Maduro. “Non è la prima battaglia – ha spiegato – c’è un popolo organizzato che sa ciò che deve fare”. Nel dire “non è la prima battaglia” avrà sicuramente pensato al colpo di Stato subito dal Chávez nell’aprile 2002, tornato al potere tre giorni dopo. Cabello ha contribuito alla deposizione del golpista Pedro Carmona Estanga venendo eletto presidente ad interim per un giorno, fino al ritorno del comandante.