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3 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 7:10

Abbiamo visto tutti le immagini del deserto di Atacama, in Cile, sommerso da montagne di capi d’abbigliamento dismessi, rotti, inservibili. Impossibile restare indifferenti di fronte allo spettacolo di tonnellate di rifiuti a perdita d’occhio. Tanto più perché, seppure a migliaia di chilometri di distanza, quelle discariche a cielo aperto sono la logica conseguenza dei nostri modelli di produzione – o meglio, sovrapproduzione – e consumo. Il settore della moda deve cambiare, e farlo nella direzione dell’economia circolare: ciò significa abbandonare il paradigma lineare del “prendi, consuma e butta” e trarre valore il più a lungo possibile dalle risorse che la natura ci offre, evitando che diventino rifiuti.

Varie normative, europee e nazionali, vanno in questa direzione. Il 16 ottobre, infatti, è entrata in vigore la revisione della direttiva quadro sui rifiuti che allarga al settore tessile il regime di responsabilità estesa del produttore (EPR). I 27 Stati membri dell’Unione europea hanno quindi trenta mesi di tempo per adeguarsi. Ma di cosa si tratta? L’EPR è un principio secondo cui chi immette un prodotto sul mercato deve farsi carico anche della sua gestione a fine vita, cioè di raccolta, selezione, riuso, riciclo o smaltimento. In pratica, il costo ambientale dei prodotti non ricade più solo sulla collettività, ma su chi li produce o li vende. Progettare capi più più durevoli, riparabili e riciclabili diventa quindi economicamente conveniente, perché riduce la quantità di rifiuti e dunque i costi da affrontare successivamente.