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Ultimo aggiornamento: 7:45

Già dal 2 aprile scorso sul sito del Ministero dell’Ambiente è consultabile lo schema di decreto per l’istituzione della Responsabilità Estesa dei Produttori per il settore tessile e abbigliamento (non solo tessuti e abiti, ma anche calzature, pelletteria, tessile per la casa). È una buona notizia, perché, come riconosciuto dall’Onu, l’impatto dell’industria del fashion è tra i più pesanti: terza per riscaldamento climatico (10% delle emissioni di CO2), seconda per consumi idrici e onerosa per la gestione degli scarti post e pre-consumo.

Dal 2022 in Italia vige l’obbligo di raccolta differenziata di questi prodotti, ma poco è stato fatto per renderla operativa. Dal gennaio 2025, con l’entrata in vigore della normativa EU, non sarà più possibile ignorare la questione. Nel frattempo, gestori industriali e comuni “brancolano nel buio”, senza direttive precise e senza una cultura consolidata sulla gestione di questi flussi, finora affidata soprattutto a cooperative sociali più o meno caritatevoli.

Nel merito, lo schema di provvedimento, che comunque prevede che i produttori debbano farsi carico del finanziamento della raccolta differenziata e del trattamento attraverso un “contributo ambientale” con criteri simili a quelli già applicati dal CONAI per le filiere degli imballaggi, presenta punti lacunosi e a tratti pericolosi. Infatti, mentre la Direttiva UE afferma che l’applicazione della EPR (Extended Producer Responsibility) deve ridurre discariche e inceneritori, valorizzando riuso, riparazione e preparazione per il riutilizzo, la bozza italiana prevede livelli di intercettazione dei flussi destinati a rifiuto del 15% entro il 2026, 25% entro il 2030 e 40% entro il 2035, rimandando il resto all’incenerimento con recupero di energia. Alla faccia dei “modelli circolari” caldeggiati dall’Europa, sembra un anacronistico assist alle lobby della combustione. A parte che Ispra (Agenzia governativa) registrava che nel 2023 la RD del tessile e affini era già al 19%, rispettare l’obiettivo 2026 del 15% significherebbe “tornare indietro” rispetto ai valori già raggiunti nel 2023?