New York - L’affondamento del Titanic, nel 1912, continua a occupare uno spazio unico nell’immaginario collettivo: resta un disastro studiato, narrato e discusso fino all’esaurimento, eppure mai del tutto risolto. Dei circa 2.230 passeggeri e membri dell’equipaggio a bordo, solo 712 sopravvissero. I numeri sono stabili; le interpretazioni no.
Il film di James Cameron del 1997 ha riacceso quel dibattito, spostandolo dai fatti storici alle scelte morali di personaggi di finzione, Jack e Rose, interpretati da Leonardo DiCaprio e Kate Winslet, diventati protagonisti di una controversia quasi accademica sul destino e sulle alternative possibili.
Tornato ora nelle sale con Avatar: Fuoco e cenere, Cameron ha contribuito con leggerezza a questa tradizione speculativa. In un’intervista all’Hollywood Reporter, il regista ha descritto la strategia che avrebbe adottato se si fosse trovato da solo sul Titanic come passeggero di seconda classe, la notte in cui la nave era finita contro un iceberg. Le due condizioni poste dalla rivista sono motivate: viaggiatore "da solo", perché è chiaro che se avesse avuto la famiglia avrebbe messo prima loro in salvo; e di seconda classe perché, come abbiamo imparato dal suo film di quasi trent’anni fa, i viaggiatori in terza classe, i più poveri, rimasero in trappola, mentre quelli di prima ebbero subito accesso alle lance. In assenza di un posto su una scialuppa, Cameron ha spiegato che avrebbe atteso sul fianco della nave durante le prime fasi dell’evacuazione, per poi gettarsi in acqua e nuotare verso una lancia vicina. L’acqua, a 28 gradi Fahrenheit - due gradi sotto lo zero della scala Celsius - avrebbe consentito, secondo lui, una sopravvivenza breve ma sufficiente.







