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La polizia assalta i dormitori degli atenei. Trattative invece con i bazar. Il silenzio di Khamenei: è vivo?
Il quarto giorno il potere ha nascosto le parole. È un silenzio d'inquietudine, quella degli ayatollah e quella di chi aspetta le loro mosse. La rete in Iran ha sempre avuto il sapore di un gioco letale. Una porta che il regime apre e chiude quando gli pare, un tubo dell'ossigeno per la libertà che può essere schiacciato con un dito. Adesso però sta accadendo qualcosa di stonato, quasi incredibile: sui social circolano video generati con l'intelligenza artificiale che raccontano la caduta del potere teocratico. E Teheran, per una volta, non ha spento l'interruttore. Forse qualcuno si è distratto. O forse capiscono perfettamente il trucco: se il futuro non esiste, è inutile censurarlo. Ogni dittatura ha una crepa invisibile che la consuma dall'interno: la perdita del monopolio dell'immaginario. Finché la gente non riesce a immaginare un dopo, tutto resta immobile. Ma se inizi a vedere la fine, anche solo in un video di tre minuti, la realtà si incrina. Le donne che hanno bruciato il velo per Mahsa Amini non stanno aspettando istruzioni da un software. Sono loro che insegnano alle macchine cosa significa disobbedire. Questi video sono l'anteprima di un'epoca che non c'è ancora. Nessuno sa se arriverà davvero. Il regime potrebbe crescere ancora più feroce, rigare dritto verso il medioevo. O potrebbe ritrovarsi domani con la piazza sotto casa, non quella simulata, ma quella vera, che non puoi mettere in pausa.






