I muschi, specialmente alle alte latitudini, potrebbero diventare delle sentinelle dei cambiamenti ambientali. Al pari dei “canarini nella miniera”, scrivono oggi alcuni ricercatori svedesi sulle pagine del Journal of Ecology , in uno studio che ha setacciato campioni di aria risalenti a oltre trent’anni fa. Nel dettaglio i ricercatori svedesi hanno compiuto delle analisi sui campioni raccolti a fini di monitoraggio ambientale nella stazione di Kiruna, in Svezia, a partire da metà degli anni Settanta e che coprono un intervallo lungo 35 anni. La zona esaminata, spiegano, non è lontana dalle montagne, ed è circondata da foreste e torbiere. L’analisi ha riguardato il DNA (Environmental DNA, eDNA) catturato dai filtri in fibra di vetro di 16 generi dei muschi (briofite), diversi per habitat e stagione riproduttiva.
In alcune, per esempio, la maturità delle spore - le strutture che, nel ciclo vitale dei muschi danno origine a nuove piantine - avviene in primavera, in altre in estate, in altre dall’estate all’autunno. Nel corso degli anni coperti dalle attività del monitoraggio la temperatura in zona è aumentata di circa 1,7°C, spiegano gli autori. Nel mentre cosa è successo ai muschi? Il principale risultato che emerge dalle analisi è che la stagione di dispersione delle spore è stata anticipata, in media di circa quattro settimane. E che le stagioni in generale, proseguono gli autori, duravano di più. Fia Bengtsson, prima autrice dello studio, oggi al Norwegian Institute for Nature Research, ha spiegato in una nota della Lund University quali sono i fattori che più influenzano la dispersione delle spore: "Ci aspettavamo che lo scioglimento della neve o la temperatura dell'aria nello stesso anno della dispersione delle spore sarebbero stati cruciali, ma si è dimostrato che le condizioni climatiche dell'anno precedente sono state il fattore più importante". Nello specifico le temperature della seconda metà dell’anno precedente.






