Le parole non sono scelte a caso. Scivolano fuori a bassa voce, si interrompono, ripartono. Ogni frase è un tentativo, ogni pausa un calcolo. Le intercettazioni del 15 giugno 2025, depositate nell’inchiesta della Procura di Genova sui finanziamenti italiani a Hamas, restituiscono il momento esatto in cui gli indagati capiscono che il tempo della copertura è finito. I conti sono osservati. I nomi sono bruciati. Bisogna sparire senza scomparire. Mohammad Hannoun lo dice chiaramente ad Abu Falestine. “La Cupola d’Oro” va chiusa, ma non perché l’attività debba cessare. Il problema è il denaro fermo, immobilizzato, diventato improvvisamente pericoloso. Il capo dei palestinesi in Italia parla della necessità «di voler trovare un modo per recuperare le somme bloccate sul conto corrente dell’associazione».
Subito dopo, la tensione sale, il discorso si fa urgente, quasi concitato: «Abbiamo bisogno di soluzioni, c’è bisogno di lavoro... non è facile... che facciamo una nuova associazione e prendi dipendenti nuovi... noi adesso la cosa più importante è far uscire i soldi dalla Cupola d’Oro... qualsiasi strada o modo». Per gli inquirenti, è l’istante in cui l’organizzazione passa alla fase due. La stessa chiacchierata consegna un altro passaggio cruciale.






