Adifferenza di quanto solitamente si crede, solo il 5% dei bambini sordi nasce da genitori sordi. A far parte di questa piccola percentuale è Diana Anselmo, 28enne attivista e performer. "Nascere in una famiglia composta interamente da persone sorde, per me, ha rappresentato una fortuna. Mi ha permesso di avere subito accesso a una lingua madre, ovvero alla Lingua dei segni. Ciò ha favorito lo sviluppo dei percorsi neuronali del linguaggio, a differenza dei bambini sordi nati in famiglie udenti che devono affrontare la sfida della deprivazione linguistica durante i primi anni di vita. Tanti genitori udenti, impreparati e non adeguatamente formati, si impuntano affinché i propri figli sordi imparino prima a parlare e soltanto successivamente scoprono la LIS, spesso da soli" dichiara, ricordando la sua infanzia, invece, scandita dai segni, a cui crescendo, con il supporto di una logopedista, si sono aggiunte le parole.

Non un limite ma un modo di stare al mondo

La sua sordità non è mai stata un limite, ha sempre rappresentato il suo modo naturale di stare al mondo in un corpo le cui caratteristiche condivideva con parenti e amici a loro volte sordi. "Non è stata una fonte di sofferenza, però sappiamo bene che la società è portatrice di altri sguardi e pregiudizi. Per tale motivo, durante l’adolescenza, cercavo di nascondere la sordità con capelli lunghi e vari escamotage. A scuola e nella vita sociale, era importante riuscire a costruirmi una narrativa tale per cui ero una persona normale nel senso societario udente" racconta rintracciando nel periodo del Covid il momento in cui ha capito che la sordità non è un peccato o una vergogna da nascondere. L’utilizzo delle mascherine rese impossibile l’interazione con le persone udenti attraverso la lettura del labiale, ma, anziché piangersi addosso, Anselmo ha trasformato la sordità nella sua forza.