Nel Palazzo la chiamano “questione tecnica”, ma sotto traccia la partita è tutta politica. Il calendario del referendum sulla separazione delle carriere diventa terreno di scontro perché il tempo, in questa storia, è potere. Nel centrodestra prende corpo il sospetto che chi lavora per il “no” punti a far scorrere le settimane non per fermare la riforma, ma per svuotarla. Rinviare l’introduzione del sorteggio nel Consiglio superiore della magistratura — il dispositivo che taglia le gambe alle correnti — significherebbe tenere in vita l’attuale equilibrio, fino a ipotizzare una proroga del Csm in scadenza a gennaio 2027 o elezioni celebrate con le vecchie regole. Uno scenario che cozza con l’architettura della riforma costituzionale: due Csm distinti e un’Alta Corte disciplinare.
L’ANALISI
Referendum sulla riforma della giustizia, il governo va di corsa
Il nodo è tutto nella data. Se si aspetta troppo, spiegano nella maggioranza, il decreto slitta a fine febbraio e il referendum scivola verso aprile. Un rinvio che comprimerebbe i tempi dei decreti attuativi, da approvare entro l’autunno 2026, aprendo il rischio di una paralisi istituzionale. Carlo Nordio prova a tenere la barra dritta. «Se la data slitta di una settimana cambia poco, è solo una questione tecnica», ripete il ministro della Giustizia, convinto che si voterà nella seconda metà di marzo. Nessuna paura del responso delle urne, ma l’esigenza di evitare ricorsi e polemiche che trasformerebbero il referendum in un giudizio sul governo. Antonio Tajani scommette sulla stessa finestra temporale, mentre Francesco Paolo Sisto spinge anche per un voto a inizio marzo, «perfettamente conforme alla legge». La data che circola con più insistenza resta quella del 22-23 marzo, mentre i partiti si attrezzano: Forza Italia ha già fissato un’iniziativa il 24 gennaio, con i promotori del “sì”.









