Il 7 ottobre, nell’inchiesta di Genova, non è una data simbolica ma una sorta di dichiarazione di guerra. «Toufan al Aqsa, 7 ottobre 2023, è stato l’inizio della liberazione. Noi adesso siamo sulla strada della liberazione...». La frase non arriva da un comizio né da un post social, ma da una conversazione intercettata. A pronunciarla è Ra'Ed Hussny Mousa Dawoud, uno degli arrestati, noto col soprannome di Abu Falastine. Lo dice a due interlocutori algerini nell’ottobre successivo all’attacco. Per gli inquirenti è uno degli elementi che certificano l’adesione piena, non solo ideologica ma funzionale, all’organizzazione.

Un’adesione risalente nel tempo. Abu Falastine la racconta lui stesso riferendo di un incontro avuto anni prima con Ismail Haniyeh, allora capo di Hamas, quando gli avrebbe manifestato l’intenzione di rientrare a Gaza e diventare un combattente. Allora, sostiene Falastine, fu fermato con queste parole: «Sì, giuro mi ha detto: “Gira il tuo volto... ma a Gaza mancano uomini? Anche se io volessi mandare 100 persone in Italia, non sarebbero capaci a rimpiazzarti”». Per la Procura il senso è chiaro: meglio i dollari che il fucile.

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