«Noi ci sacrifichiamo coni soldi e il tempo, ma loro con il sangue». Oltre 7 milioni di euro raccolti in Italia e trasferiti all’estero. È su questa cifra che si innesta l’indagine sui finanziamenti a Hamas, ma è nelle intercettazioni dei nove indagati (7 arrestati, due latitanti) che il quadro diventa leggibile. Le conversazioni captate non girano attorno a slogan o rivendicazioni di principio. I fiancheggiatori dei tagliagole parlano di ruoli, di funzioni, di equilibrio interno. Parlano di soldi, soprattutto.

Questa intercettazione è stata registrata in auto poco più di un anno fa tra Awad Hannoun, il fratello del presidente dell’Associazione palestinesi in Italia, Mohammed Hannoun, e un altro arrestato nel blitz, Ra’Ed Dawoud, noto come Abu Falastine. «Va bene... Loro senza di noi vanno avanti?» avrebbe affermato quest’ultimo facendo intendere che senza chi si occupa di reperire i finanziamenti all’estero il movimento avrebbe delle grosse difficoltà. E il fratello di Hannoun replica: «Noi... questo movimento è circolare... La nostra generazione si è sacrificata molto». Chi con le mazzette di dollari, chi con i candelotti di dinamite.

Lo stesso Hannoun si sarebbe confrontato qualche mese con Abu Falastine su come «ripulire» i computer dal materiale più scottante. «Io sto pensando anche di rompere il pc dell’ufficio (...) Prendo uno nuovo e ci carico il file ma solo il nuovo file maker e basta, né conti né altre cose né nulla», avrebbe detto Falastine. Nei dialoghi emerge anche l’appoggio alle azioni terroristiche. Come quello intercettato di Khalil Abu Delah, legale rappresentante della “Cupola d’oro”, indagato anche lui: la strada del dialogo, dice, «è per i traditori». E aggiunge: «Grazie a Dio che è nata» Hamas.