A fine anno abbiamo almeno una ragione di compiacimento: se non la congiuntura, se non lo stato della finanza pubblica, se non la competitività, certamente la capacità di reazione di cui questo Paese ha dato prova quando si sono palesate le connotazioni e le dimensioni delle trame oscure di banca e di finanza che da tempo si venivano tessendo. Ricordiamo, per rendercene conto, in quale ambiente ci stavamo abituando a vivere, sino a pochi mesi fa. Con sempre nuove maglie, si stava saldando una rete anomala di potere: tale, perché si ignorava l'origine degli imponenti mezzi dispiegati per intrecciarne i fili.

Perché erano oscure le credenziali dei soggetti che la manovravano; perché destinata a creare non valore di produzione, ma architetture in cui la finanza generasse potere e il potere finanza. Questa storia italiana mostrava caratteristiche in parte non dissimili da quella degli oligarchi russi: uomini venuti dal nulla, che mettevano sul tavolo denaro sufficiente a comprarsi quote consistenti della liquidazione dell'impero sovietico.

Mario Draghi (@Getty Images)

Si scoprì che Brescia disponeva di un pool di liquidità di straordinarie dimensioni, gestito da un personaggio che non guardava per il sottile, tanto da meritare una condanna e un rinvio a giudizio per insider trading. A Lodi un giovane ambizioso, avido e spregiudicato trasformava in breve tempo una banca di provincia in grande istituto nazionale, montando la panna di una serie impressionante di acquisizioni, finanziate, come ora sappiamo, con prestiti ai clienti sottoscrittori degli aumenti di capitale: aveva tutti i requisiti per divenire il banchiere di riferimento, che, così come creava capitale, poteva creare credito. A Bologna un manager potente, e incontrollato perché di successo, voleva costruirsi un impero (dedicando il tempo libero ad arricchimenti personali): un'entrata nel gruppo poteva consentire proficue sinergie, palesi e occulte. Tentò, quel manager, di arruolare anche Siena: si rivelò un'impresa difficile e con esiti inferiori alle attese, anche a motivo del singolare modello oligarchico che vige in quella città. A Roma si trovarono invece truppe fresche: non più quelle di un'antica banca, sfilatasi dal gioco, ma giovani mattonari rampanti, apparentemente carichi di mezzi provenienti da isole remote, e ansiosi di trovare scorciatoie per entrare in società.