La penuria di gabinetti pubblici nelle piazze baresi dell’ultraturismo ha suggerito a qualcuno di trasformare in latrina di lusso un sottano, non potendo farne un b&b. Altri invece sono stati assaliti dai ricordi dei genitori e dei nonni che raccontavano del famoso Albergo diurno su corso Vittorio Emanuele II. Nel 2015, dopo il restauro dello stemma civico che campeggiava sulla scalinata, recuperato in una aiuola per iniziativa di Vito Leccese (all’epoca capo di gabinetto del sindaco), l’assessore alle Culture, Silvio Maselli, si era arrischiato a ipotizzare un recupero dei locali per farne un caffè letterario. Ma del Diurno non rimaneva ormai che la balaustra in pietra, parcheggiata nel piazzale antistante lo stadio della Vittoria. Tutto il resto è invece andato distrutto nel 2002, con l’approvazione da parte della soprintendenza ai Beni architettonici.
Fu la giunta Di Cagno Abbrescia a riempire di macerie le stanze e il salone del Diurno, dopo un fallimentare tentativo di gestione privata nel 1983 con sauna, solarium e massaggi shatsu, seguito a una costosa ristrutturazione. Che un tempo fosse stato un bel posto, non c’è dubbio: «Non un asilo di comodità è stato eretto sotto il viale del corso, ma un angolo di Paradiso in cui una celeste sinfonia di colori e di delizie può assecondare le esigenze di un pubblico vario ed eterogeneo». Cosi scrive il cronista della Gazzetta riferendo della inaugurazione, una delle tante avvenute il 28 gennaio 1929, giornata di festa del regime fascista.






