La strana guerra dell’America non mette alla prova soltanto la sua «intelligence» militare, ma anche il suo modello economico, il «modello americano», e ne fa affiorare le vulnerabilità interne ed esterne. Quel modello, celebrato fino a ieri dai suoi profeti entusiasti, si è identificato con la globalizzazione: nel bene, ma anche e soprattutto nel male, nelle perturbazioni finanziarie e nelle tensioni economiche che essa determina tra paesi e tra gruppi sociali. Forse, come alcuni ritengono, questa negligenza americana nel prendersi carico degli aspetti negativi della globalizzazione è dovuta all’egoismo solitario dell’unica Superpotenza rimasta al mondo.

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di Maurizio Ricci

Quando di Superpotenze ce n’erano due, gli americani sembrarono molto più pronti ad assumere i costi della loro egemonia. Alla fine della guerra, mentre l’Unione Sovietica saccheggiava e opprimeva le nazioni sottomesse, gli Stati Uniti pagavano i costi della ricostruzione europea e costruivano, con le istituzioni di Bretton Woods, quel sistema mondiale di cooperazione economica che favorì potentemente la crescita delle economie capitalistiche e l’avvento di una nuova belle époque. Quella strategia era fondata, certo, sull’economia di mercato, ma di un mercato moderato e regolato dalla politica: disciplina internazionale dei cambi, controllo dei movimenti di capitale; politiche macroeconomiche nazionali. John Maynard Keynes aveva segnato quelle politiche con l’impronta del suo genio.