In Sole a catinelle Checco Zalone (il nome del personaggio è sempre quello) finisce in un ristorante raffinato in cui gli portano un tortello alla zucca in salsa al pistacchio. Uno. Lui non fa nemmeno posare il piatto al cameriere, lo mangia e gli dice: “È cotta, puoi scolare”. In Buen Camino invece è lui che porta un’altra persona in un ristorante con tre stelle Michelin, è lui che ordina cose raffinate di cui magnifica la qualità. La gag è che l’altra persona è sovrappeso e lui gli fa arrivare solo porzioni minime di verdure scondite. La differenza tra queste due scene spiega bene cosa è cambiato in Zalone e come, in un certo senso, si sia normalizzato.Buen Camino è un film di un comico televisivo come ne abbiamo visti mille. Non è diverso di certo per regia o scrittura (in questo tutti i film di Zalone sono sempre stati coerentemente pessimi) e non è diverso per la storia raccontata: quella di un padre ricchissimo che, per recuperare la figlia che lui crede perduta nel cammino di Santiago, lo intraprende in prima persona con lei. E non è diverso da qualsiasi altro film di un comico per il punto da cui viene fatto umorismo.philippe antonelloPrima Zalone era uno dei pochissimi a fare la stessa cosa che facevano le commedie classiche italiane, cioè prendere in giro la massa, la gran parte degli italiani. I suoi personaggi erano degli scemi (come sempre nelle commedie) che avevano poco e rappresentavano tipologie umane diffuse: il ragazzo del sud con ambizioni di cantante che vive fuori dai cambiamenti sociali, il manager da quattro soldi con velleità di piccola scalata sociale e il mito di Berlusconi, il viziato dal posto fisso con l’obiettivo di non lavorare nella vita. Ora fa quello che fanno tutti: prende in giro le élite, i pochissimi.Il protagonista di Buen Camino è il figlio di un magnate dei divani, ha ville e vita da Gianluca Vacchi e tutta l’ironia viene da come sia distaccato dai veri valori e interessato solo alla ricchezza. È facilissimo ridere di questo, perché sono gli altri, i diversi, quelli che hanno di più. Era più complicato, interessante e soddisfacente ridere invece dei propri vicini di casa. Lo si è sempre definito per questo un comico che fa “umorismo cattivo”; in realtà cattivi lo sono sempre tutti i comici. Lui era uno dei pochi a non prendersela con i potenti ma a rappresentare i molti impotenti, ma non per questo meno scemi. Di quel Checco Zalone rimane una parvenza in questo ultimo film. Qualche battuta sull’Olocausto e una su Gaza. Sulla carta, di quelle che gli altri non fanno; nella pratica, assolutamente innocue.L’unico elemento ricorrente è quello del viaggio. Già in Cado dalle nubi si spostava al nord, a Milano; poi è andato in Africa in Tolo Tolo, in giro per l’Italia in Sole a catinelle e in Scandinavia in Quo Vado?. Ora è sul cammino di Santiago dove farà, c’è da reggersi forte, un cammino di purificazione. Niente di più inatteso. In questo film scritto con una pigrizia disarmante anche per gli standard già terra terra delle commedie dei comici televisivi, il ricco si spoglia dei suoi averi gradualmente ma soprattutto letteralmente, perdendo per strada oggetti del lusso, al seguito della figlia nel cammino e riscoprendo i veri valori lontano dal lusso.Philipe AntonelloNon è chiaro perché quest’uomo, presentato come totalmente disinteressato alla figlia, di colpo se ne interessi tanto da decidere di intraprendere un cammino a piedi. Non è chiaro cosa lo converta così in fretta, né perché rinunci alle ricchezze. Senza contare che a metà c’è tutta una parte sulla prostata che sembra essere rilevante, che si merita anche un videoclip musicale finale (lo stesso che è stato diffuso sulle reti Mediaset per la promozione) ma che non ha niente a che fare con la trama, più con l’idea che il personaggio non accetti di invecchiare. La cosa non è mai menzionata né prima né dopo quel segmento, non serve a niente né lo definisce in nessuna maniera. Perché sta lì?È molto facile dire che tutte queste cose (l’intreccio, la trama, le motivazioni dei personaggi) siano superflue in un film comico, che ciò che conta sono le battute. In realtà è quando queste cose funzionano, e quando funzionano in chiave comica, che i film comici riescono e fanno ridere. Al contrario, un film come Buen Camino, che vive di un contorno di totale buonismo e procede per micro interazioni, non fa granché ridere anche perché è una sequenza di battute e non una storia divertente in cui l’accumulo delle situazioni crea momenti esilaranti. Non conosciamo mai i personaggi e non ci sembrano veri, così quando rimangono delusi o fanno una cosa stupida non ci fa ridere poi così tanto. Che è quello che avviene nel film di Pio e Amedeo e avveniva nei film di Natale classici, ma che non era così evidente nei passati film di Zalone.
Buen Camino è il film che sancisce la normalizzazione di Checco Zalone
Da comico che prendeva in giro la massa e i mostri della porta accanto è diventato un comico che prende in giro le elite, le persone lontane e distanti, e si è piegato alla logica dei film pigri e fatti male dei comici televisivi














