In Sole a catinelle Checco Zalone (il nome del personaggio è sempre quello) finisce in un ristorante raffinato in cui gli portano un tortello alla zucca in salsa al pistacchio. Uno. Lui non fa nemmeno posare il piatto al cameriere, lo mangia e gli dice: “È cotta, puoi scolare”. In Buen Camino invece è lui che porta un’altra persona in un ristorante con tre stelle Michelin, è lui che ordina cose raffinate di cui magnifica la qualità. La gag è che l’altra persona è sovrappeso e lui gli fa arrivare solo porzioni minime di verdure scondite. La differenza tra queste due scene spiega bene cosa è cambiato in Zalone e come, in un certo senso, si sia normalizzato.

Buen Camino è un film di un comico televisivo come ne abbiamo visti mille. Non è diverso di certo per regia o scrittura (in questo tutti i film di Zalone sono sempre stati coerentemente pessimi) e non è diverso per la storia raccontata: quella di un padre ricchissimo che, per recuperare la figlia che lui crede perduta nel cammino di Santiago, lo intraprende in prima persona con lei. E non è diverso da qualsiasi altro film di un comico per il punto da cui viene fatto umorismo.

Prima Zalone era uno dei pochissimi a fare la stessa cosa che facevano le commedie classiche italiane, cioè prendere in giro la massa, la gran parte degli italiani. I suoi personaggi erano degli scemi (come sempre nelle commedie) che avevano poco e rappresentavano tipologie umane diffuse: il ragazzo del sud con ambizioni di cantante che vive fuori dai cambiamenti sociali, il manager da quattro soldi con velleità di piccola scalata sociale e il mito di Berlusconi, il viziato dal posto fisso con l’obiettivo di non lavorare nella vita. Ora fa quello che fanno tutti: prende in giro le élite, i pochissimi.