«Siamo pronti a reagire, ma siamo pronti a negoziare» una specie di ruggito con voce strozzata. Questa è l’Europa un continente che attacca e poi fa sempre retromarcia. «I dazi americani sono un colpo importante per l’economia globale. Ci saranno conseguenze per milioni di consumatori nel mondo» queste sono state le prime parole a caldo della Von der Leyen il giorno dopo l’annuncio di Trump, le ricordate?

«Finisce l’era della globalizzazione» questo è il titolo del Wsj, persino la stampa specializzata cade nel tranello della simpatia e battezza il delicato momento come il giorno dell’armageddon, l’«età dell’oro» promessa il giorno del giuramento ora sembra scolorirsi e diventare l’età del piombo, e come piombo reagiscono i listini di tutto il mondo. Il giorno dopo il 2 aprile, il Liberation Day, sulle borse è pioggia di vendite, anzi lo smantellamento comincia già il giorno stesso nelle contrattazione after hour (il dopo borsa) mentre Trump dai giardini della Casa Bianca presente il suo nuovo listino prezzi, tra grandi sghignazzi e spavento si sentono solo critiche e il grido «vendere».

Gli esperti corrono per essere i primi a annunciare la fine del mondo economico, si sperticano per avere la parola perché sono sicuri che tutto andrà male e lo vogliono raccontare per essere ricordati come dei guru. Trump farà volare l’inflazione, nessuno avrà più fiducia negli Usa, il dollaro crollerà, il rischio più grande è una profonda recessione. Ma la previsione che più di tutte deve essere ricordata è quella degli esperti di Borsa quando dicono che la voglia di investire a Wall Street non c’è più e che ci vorrà molto tempo prima di veder ritornare i grandi investitori.