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Claudio Magris realizza un’idea di sapere come "tratto umano". Quello che rischia di scomparire
Nei suoi celebri Colloqui con Stravinskij il direttore d'orchestra e musicologo Robert Craft a un certo punto chiede al grande compositore cosa sia, secondo lui, la tecnica. La risposta di Stravinskij è pronta e precisa. «La tecnica» risponde «è l'uomo in toto». Ossia l'uomo nella sua interezza, niente escluso. E porta come esempio il suo amico pittore e scenografo Eugene Berman: «Una semplice macchia d'inchiostro fatta su un pezzo di carta dal mio amico Eugene Berman la riconosco istantaneamente come una macchia di Berman». Questa osservazione torna alla mente tante volte durante la lettura dell'ultimo libro di Claudio Magris, Dura un attimo il giorno (Garzanti, pagg. 340, euro 25): un libro necessario come lo è ogni libro che apra una nuova porta sul mondo del suo autore (e, insieme, sul nostro). Si è scrittori se si porta dentro una ferita e se si è in grado di ferire il lettore della stessa ferita, fidando nella comune catarsi (che può essere soltanto comune). Magris lo è pressoché a ogni libro, e questo non fa certo eccezione.






