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La trasparenza di questa istallazione mi riporta all’interiorità, che è propria solo di chi è intelligente

Considerare un confessionale come un’opera d’arte pensavo fosse peculiarità dei secoli passati. Negli occhi ho la straordinaria opera di Andrea Fantoni, del 1705, custodita nella mia Bergamo, all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore nel cuore della città alta. Con ricchezza di statue, bassorilievi, incisioni l’autore è riuscito a intagliare nel legno una miniera di simboli con cui spiegare il mistero celebrato. Non avrei mai pensato invece che un confessionale potesse essere un’opera d’arte contemporanea. Invece è successo. Le immagini che mi ha mostrato un amico mi hanno fatto riflettere. L’istallazione è di Alicia Framis, si intitola Confessionarium ed è collocata all’interno dell’esposizione 1+1. The relational years che si trova a Roma, al Maxxi, Museo nazionale delle arti del XXI secolo. Si tratta di una struttura in plexiglas, che rappresenta un confessionale moderno, cioè a piccola stanza, con tanto di grata ma a effetto vetro. Dice il commento ufficiale: «Una cabina di confessione trasparente che rende visibili dall’esterno i penitenti, invitando alla riflessione pubblica sulla trasparenza nella società. L’artista mette in discussione la sacralità del confessionale, spazio chiuso e riservato, trasformandolo in un luogo pubblico di totale esposizione».