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21 DICEMBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 8:54

Non tutti sanno che il commercio illegale di fauna selvatica è tra le attività criminali più redditizie al mondo, insieme a droga, armi e al traffico di esseri umani. Tanto per fare un esempio, una zanna d’elefante può valere decine di migliaia di dollari; ma anche il povero geco di bronzo, una specie strettamente protetta delle Seychelles, viene venduto in Europa al prezzo di 5mila dollari. Accanto al commercio illegale, che va contrastato, c’è anche quello legale, che va regolamentato, senza tacere che la linea di confine tra le due pratiche, spesso, è sfumata. Anche perché il valore globale di compravendita di fauna e flora vale tra i 145 e i 220 miliardi di dollari all’anno.

A occuparsi del commercio di specie minacciate di estinzione, per fortuna, ci pensa la Convenzione di Washington (Cites), sottoscritta da oltre 180 Paesi in tutto il mondo. Ogni tre anni Paesi membri, ong, lobbisti e associazioni varie si ritrovano per fare il punto della situazione, per – in teoria – migliorare la gestione della compravendita ed eventualmente per sanzionare governi indisciplinati. Quest’anno la Cop 20 si è tenuta a Samarcanda. Per conoscere i passi avanti fatti (e quelli indietro) a livello globale, e per farsi raccontare i retroscena di ciò che è accaduto in Uzbekistna, ilFattoQuotidiano.it ha intervistato chi era presente al summit, e cioè Alice Pasqualato, Global policy specialist specializzata in reati ambientali per la Wildlife Conservation Society, un’organizzazione non governativa che si occupa di tutelare la biodiversità.