Valeria Verdolini lo chiarisce subito: “Questo libro è la storia di un’utopia”. Un’utopia che “serve soprattutto a organizzare la speranza in forme praticabili”. Così già dalle prime righe della premessa “Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà” (Add editore, 2025) definisce il suo obiettivo: immaginare altri mondi e altre possibilità di leggere l’esistente.

Composto di due parti, Affioramenti e Detriti, “Abolire l’impossibile” è un’analisi storica in stretta relazione con il presente, che ricostruisce i passaggi e cerca i punti di svolta che ci hanno condotto alla situazione attuale: dove il sistema istituzionale interviene sempre meno al fine di ridurre le diseguaglianze, mentre espande progressivamente l’esercizio del controllo e gli spazi in cui applicarlo.

E dunque Verdolini ragiona sul concetto di abolizionismo, lo individua nel suo concreto farsi, lo confronta con quello di riformismo. Se quest’ultimo, proponendosi di razionalizzare e migliorare la qualità delle istituzioni, ne discute e contesta il funzionamento, ma ne condivide la legittimità, l’abolizionismo va in una direzione contraria. Ovvero “mina le fondamenta stesse delle istituzioni, non per amore dell’anarchia, ma per spostare la gestione del rischio e della vulnerabilità collettiva (…) dalla solitudine dei singoli esclusi alla dimensione collettiva della comunità”.