Ci vuole ancora coraggio per parlare di una violenza sessuale subita, e questo dovrebbe metterci in allarme. Quanto può dirsi civile una società nella quale la paura e la vergogna prevalgono sulla rabbia?
La manifestazione di Non una di meno a Roma nel 2024
Una giovane consigliera del Comune di Genova racconta della violenza sessuale subita a 12 anni ad opera di un “amico” di famiglia. La procura apre un fascicolo ma archivia il caso dopo solo pochi giorni. Francesca si oppone all’archiviazione, il Gip accoglie l’opposizione e può essere finalmente ascoltata in tribunale. Una storia come tante. Una storia come troppe. Solo che questa volta il racconto avviene in un contesto istituzionale - l’aula del Consiglio comunale - poco avvezzo al personale-politico. Questi i fatti. Sintetizzati utilizzando solo il nome della protagonista perché il punto non è di chi sia la storia, ma quanto questa storia – come tante, come troppe – parli di Noi, della nostra società ancora intrisa di violenza maschile contro le donne, anche quando piccolissime, e delle nostre responsabilità come collettività. Ci vuole ancora coraggio per parlare di una violenza sessuale subita, e questo dovrebbe metterci in allarme. Quanto può dirsi civile una società nella quale la paura e la vergogna prevalgono sulla rabbia? Quanto può dirsi civile una cultura che tende a non credere alle donne, a mettere costantemente in dubbio la loro parola, a giudicarle in base a una presunta reputazione sessuale che segue canoni di “purezza” non richiesti agli uomini, a far credere loro che aver subito forme di violenza sex-sista significhi portarsi addosso un marchio del quale dovranno vergognarsi? Francesca ha avuto coraggio, ma le faremmo un torto se leggessimo il suo gesto in termini individuali. Quale sia stata la sua storia, il suo racconto nasce, infatti, dalla volontà di dare forza alle altre donne di ribellarsi alla solitudine di un dolore pensato come individuale, di denunciare la cultura dello stupro che attraversa ogni ambito sociale, di non rassegnarsi a una giustizia che sembra perseguire solo obiettivi punitivi promuovendo leggi penali a costo zero. La storia di Francesca è, in un certo senso, il ritratto sconsolante della pervasività del patriarcato nella nostra società. Ghio sa bene che il personale è politico, e che partire da sé è l’unico modo per decostruire modelli e immaginari e costruire un altro tipo di giustizia. E di questo non possiamo che ringraziarla.








