Giorgia Meloni, Emmanuel Macron e i leader degli altri venticinque Paesi Ue si riuniscono a Bruxelles, e la riunione del loro Consiglio conferma che finanziare la difesa dell’Ucraina con i beni russi “congelati” in Europa è un’operazione difficilissima. Per questo l’argomento è stato fatto slittare in fondo all’ordine del giorno, e in serata è iniziata una trattativa destinata ad andare avanti nella notte. Il principale ostacolo è il Belgio, e il motivo è comprensibile: nei depositi della società belga Euroclear sono custoditi titoli e altri asset russi per 185 miliardi di euro, quasi il 90% dei 210 miliardi bloccati in Europa. La grande paura dei belgi è pagare per tutti qualora la Russia riuscisse a vincere un ricorso nei tribunali internazionali. Il premier belga Bart De Wever ha ribadito che non darà il via libera se non otterrà garanzie collettive di protezione dalle ritorsioni di Mosca. E su questo punto si sono concentrate le trattative notturne.

Fonti italiane hanno fatto sapere che le garanzie chieste dal Belgio sono «costosissime», superiori ai 210 miliardi di euro. Meloni ha ripetuto ciò che aveva detto in parlamento: prelevare quei beni senza una solida base giuridica consegnerebbe a Mosca «la prima vittoria dall’inizio della guerra». A tarda sera, ancora non era stata data risposta ai dubbi italiani. Nella bozza del documento finale c’è la rassicurazione che le garanzie richieste a ogni Paese «non entreranno nel computo del debito pubblico», accogliendo così una richiesta di Roma e Parigi, e si assicura che l’Unione «agirà in piena solidarietà con gli Stati membri e le istituzioni finanziarie dell’Ue colpiti nel contesto del prestito di riparazione».