Non c’è politica senza riti, non c’è potere senza corollario di simboli. La cerimonia di investitura dei re Ndembu, tribù insediate negli odierni Congo e Angola, con un sacerdote che li taglia e li insulta mentre si raccolgono in atteggiamento umile dentro una capanna, non è poi tanto distante dai complicati passaggi che presiedono all’investitura del presidente della Repubblica in Parlamento, tra cabine chiuse, rintocchi di campane, il cannone del Gianicolo che spara 21 colpi a salve, gli onori militari, l’inno nazionale, la scorta dei corazzieri.

In “Politica nuda. Riti e simboli del potere” (AltraVista, 2025) il giornalista Alberto Ferrarese esplora le mille vie attraverso cui il potere costruisce la sua «religiosità laica» per conquistare e rassicurare i suoi fedeli. «La politica - scrive - è probabilmente l’ambito della società in cui più forte resta l’aspetto simbolico e rituale, perché non può farne a meno: senza non è che amministrazione». Lo sanno bene gli italiani, e tra gli italiani i romani, abituati all’intreccio perpetuo tra sacro e profano. Di là dal Tevere la famosa “fumata bianca” per i nuovi Papi attesa in Piazza San Pietro, di qua le celebrazioni per il 2 giugno, la festa della Repubblica.